Chi troppo vuole nulla stringe

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23 aprile 2020
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Chi troppo vuole nulla stringe

TURIN, ITALY - NOVEMBER 24:  Alessio Cerci of Torino FC looks on during the Serie A match between Torino FC and Calcio Catania at Stadio Olimpico di Torino on November 24, 2013 in Turin, Italy.  (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
Alla fine della stagione 2013-2014 Cerci era l’idolo della tifoseria del Torino, aveva segnato 13 gol in campionato, si apprestava a guidare la squadra in Europa League ed era titolare in Nazionale. A quel punto ha perso il controllo della situazione e (con il concorso della moglie, la cui frase “ce ne andiamo nel calcio che conta” è diventata leggendaria) ha chiesto in ogni modo di essere ceduto. Andò all’Atletico Madrid, per la gioia sua e di Cairo (che poté intascare una bella plusvalenza scaricando la colpa sul giocatore). Come sono poi andate le cose, lo sapete tutti: una stagione penosa in Spagna (6 presenze in un anno), un’altra stagione pessima nel Milan, sei mesi irrilevanti nel Genoa e poi l’inarrestabile deriva: Verona, Ankaragacu in Turchia e lo scorso anno Salernitana in B (10 presenze e 0 gol). Quest’anno giocherà nell’Arezzo in C.
Cos’è successo a Cerci? E’ successo che non ha capito che essere l’idolo di una città ha un valore impagabile, l’empatia che un calciatore riesce a creare con la tifoseria è un valore senza eguali. Lo hanno capito giganti del calcio come Totti e Riva, non l’ha capito lui, che è evidentemente caduto in un errore comune a molti calciatori: una falsa percezione di sé, un ego così dilatato da fargli perdere di vista la propria dimensione. Totti e Riva sì che avrebbero potuto serenamente andare a fare mirabilie in un top club europeo, ma stiamo parlando di fuoriclasse. I giocatori soltanto buoni, o “promettenti”, o “talentuosi”, devono guardarsi costantemente allo specchio e chiedersi in ogni momento della loro carriera chi sono e quanta parte del proprio potenziale hanno espresso. Cerci, nel 2014, aveva già ventisette anni ed era reduce da annate deludenti a Firenze e Roma, non era un ragazzo di vent’anni in rampa di lancio. Sarebbe bastato guardarsi dentro con un minimo di lucidità e senso critico per capire che un altro anno da idolo del Torino e giocatore della Nazionale non gli avrebbe certo fatto male. Ha peccato di ingordigia, e la vita si è vendicata. Certo, ora è milionario, ma lo era anche prima di andare a Madrid. Datemi dell’ingenuo, ma non credo che faccia molto differenza avere 15 o 30 milioni di euro sul conto corrente… Sono cifre che in ogni caso consentono anche ai nipoti di vivere alla grande.
Il buon Alessio è solo un esempio. Vogliamo parlare di Bernardeschi? A Firenze era un idolo, ha pestato i piedi per andare alla Juventus e ora, all’età non più verdissima di 26 anni, è considerato una palla al piede da tutti i tifosi bianconeri. L’ultimo arrivato nella lista di chi sottovaluta l’amore di una città per ambizione, denaro e inesatta concezione di sé potrebbe essere Federico Chiesa. Gli auguro ogni bene, vedremo cosa gli riserverà il futuro. Credetemi, la lista è infinita, ma il succo non cambia: la testa fa la differenza, e dalla testa dipendono autostima, esatta percezione di sé e motivazione al miglioramento (tecnico, non economico).
Se ti chiami Baggio o Pirlo o Cristiano Ronaldo puoi fare cosa vuoi, rimanere dove sei o cambiare squadra, le tue qualità sono talmente grandi che oltrepassano ogni contesto ambientale. Se ti chiami Cerci o Bernardeschi o Chiesa, ringrazia il Signore di avere un popolo ai tuoi piedi e lavora ogni giorno per meritare tanto amore.
Marco Cassardo
Marco Cassardo
è scrittore e mental coach dei calciatori. Si è formato in Coaching e Programmazione Neurolinguistca (PNL) conseguendo i titoli di Coach Certificato ICF (International Coach Federation) e Master Practitioner in PNL. Ha scritto il saggio sportivo "Belli e dannati" (Limina, 1998, 2003) e tre romanzi: "Va a finire che nevica" (Cairo 2007), "Mi manca il rosso" (Cairo 2009),"Un uomo allegro" (Miraviglia Editore, 2014). Nel marzo 2016 è uscito il suo libro dedicato all'allenamento mentale dei calciatori: "Campioni si diventa" (Cairo).

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