Torino, Stadio Filadelfia

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Torino, Stadio Filadelfia

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All’epoca non c’erano scuole calcio. Succedeva che un pomeriggio del lunedì o del mercoledì ti presentavi al Campo Agnelli con borsone e papà, ti cambiavi ed entravi in campo per il provino: lì, ad attenderti, c’erano o Naretto o Dalla Riva o Marchiò, allenatori di miniesordienti ed esordienti del Torino. Si era in cinquanta, sessanta, settanta, un esercito. Il mister di turno (a me toccò Dalla Riva) divideva il totale dei presenti per ventidue e faceva disputare il numero di partitelle necessario per visionare tutti. Ai ventidue chiedeva nome e cognome, a undici di loro dava la pettorina gialla. Stabiliva anche i ruoli, un po’ a casaccio, voi giocate dietro, voi a centrocampo e voi in attacco. I portieri no, per loro la presenza tra i pali era assicurata.

Giocai la prima partita, ho un ricordo nitido e bellissimo: a metà campo scavalcai con un pallonetto un avversario, mi feci ricadere la palla sulla coscia, la misi giù con l’interno destro e l’appoggiai a un compagno di interno sinistro. Dalla Riva interruppe l’azione con un fischio, mi venne vicino: «Tu come ti chiami?». Segnò qualcosa su un taccuino e con un altro fischio ci fece riprendere. Giocammo mezz’ora. Dopo che tutte e tre le partitelle furono terminate, ci richiamò in mezzo al campo ed emise le sue sentenze. Ai brocchi diceva «Trovati una squadra vicino a casa», ad altri «Ci vediamo il prossimo anno», a quelli che gli erano piaciuti «Ci vediamo lunedì prossimo».

A me disse così, ci vediamo lunedì prossimo, l’appuntamento più esaltante che mi sia mai stato dato.

A quei tempi il provino al Toro era circondato da un alone leggendario, chi ce la faceva diventava la stella del quartiere. Tornavi a casa ed eri un altro, camminavi con le gambe arcuate come un cowboy, zoppicavi per darti importanza, anche le ragazze ti guardavano con occhi diversi. La prima prova era la più importante, ma non bastava, ci voleva l’approvazione di tutti e tre gli allenatori. Andò bene: nel giro delle due settimane successive anche Marchiò e Naretto dissero sì, presi a giocare nel Toro e dopo un paio di mesi arrivò la prima convocazione: «Ci vediamo sabato alle 14 al Filadelfia».

Questa volta l’appuntamento fu un cazzotto in faccia. Certo la felicità, ma anche altro: ansia, paura di una figuraccia. Sarò davvero bravo? Adesso voglio vedermi, un conto è fare il fenomeno al campetto con Guappo e Topo, un altro giocare nel calcio vero.

Per tutti i granata parlare del Filadelfia è come parlare di Dio, lo stadio degli invincibili del Grande Torino, lo stadio in cui i campioni morti a Superga hanno vinto cinque scudetti di seguito. E lì si allenava il Toro campione, quello di Graziani e Pulici, quello che aveva vinto il titolo l’anno precedente e giocava con il tricolore cucito sul petto. Arrivai al campo schiacciato dal mito, dalle aspettative di mio padre, dall’immagine di mio fratello, che soltanto qualche anno prima era il centravanti titolare della Primavera ed era stato nel giro della prima squadra. Insomma: non stavo andando a giocare una partita di pallone, stavo andando a farmi una gastroscopia, stessa serenità. Negli spogliatoi le panche in legno, l’odore di canfora, il rumore dei tacchetti. Cavolo, qui si cambiano Claudio Sala, Castellini e i gemelli del gol.

Arrivò Rabitti, figura storica del settore giovanile, a farci un saluto. Disse alcune cose che dal suo punto di vista dovevano caricarci ma che su un ragazzino di dodici anni innamorato pazzo del Toro ebbero un effetto paralizzante: «Oggi giocate sul campo dove giocava il Grande Torino, oggi pesterete le stesse zolle pestate da Valentino Mazzola e Gabetto, c’è moltissima gente a guardarvi, dopo di voi gioca la Primavera, è già tutto pieno, fatevi onore». Poi arrivò Dalla Riva, ci consegnò le maglie: a me toccò la numero nove. Mi spogliai, una specie di automa, mi muovevo a scatti, mi mancava il respiro, il cuore a mille, i calzoncini bianchi e i calzettoni neri e quella splendida maglia granata, indossai tutto come se mi stesse vestendo qualcun altro. Dov’ero?

Ricordo il cielo scuro, gli spalti gremiti, gli avversari si chiamavano Palatina o qualcosa del genere, avevano la maglia azzurra. Non toccai palla. No, non dico tanto per dire, non toccai veramente palla. Giocai i venticinque minuti del primo tempo camminando a fianco di un difensore, nascondendomi dietro di lui ogni volta che il pallone arrivava nei paraggi: Chissà cosa starà pensando papà? Chissà cosa penserà di me Dalla Riva? Starà facendo confronti con mio fratello? Sto facendo schifo, Dio che vergogna.

Mi umiliai per venticinque minuti, quel mattone che mi pesava sullo stomaco da quando ero uscito di casa si stava trasformando in qualcosa di molto simile a un nodo in gola. Gli altri giocavano e io ero un piccolo fantasma con addosso la maglia granata numero nove. Fui sostituito alla fine del primo tempo, non feci la doccia, uscii dagli spogliatoi e c’era mio papà ad aspettarmi. Mi sorrise, mi mise un braccio attorno al collo e andammo verso la macchina. Tornammo a casa, non disse una parola, ai semafori sbadigliava. L’ebbrezza del cortile era finita.

Marco Cassardo
Marco Cassardo
è scrittore e mental coach dei calciatori. Si è formato in Coaching e Programmazione Neurolinguistca (PNL) conseguendo i titoli di Coach Certificato ICF (International Coach Federation) e Master Practitioner in PNL. Ha scritto il saggio sportivo "Belli e dannati" (Limina, 1998, 2003) e tre romanzi: "Va a finire che nevica" (Cairo 2007), "Mi manca il rosso" (Cairo 2009),"Un uomo allegro" (Miraviglia Editore, 2014). Nel marzo 2016 è uscito il suo libro dedicato all'allenamento mentale dei calciatori: "Campioni si diventa" (Cairo).

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