Psicologia non significa filosofia da bar

TURIN, ITALY - NOVEMBER 24:  Alessio Cerci of Torino FC looks on during the Serie A match between Torino FC and Calcio Catania at Stadio Olimpico di Torino on November 24, 2013 in Turin, Italy.  (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
Chi troppo vuole nulla stringe
30 ottobre 2020
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Psicologia non significa filosofia da bar

Soccer stadium and soccer players happy scoring a goal
Da ormai una decina di anni faccio il mental coach degli sportivi. Ho studiato e continuo a studiare, sono diventato coach professionista, esperto in psicologia dello sport e ora mi sto per laureare in psicologia.
Ho fatto mio il principio del “Kaizen”, la logica del miglioramento continuo. Niente di che; il mimino per chi fa del sostegno altrui la propria professione. Credetemi, non sono stato colto da un attacco narcisistico, sono semplicemente sbalordito di come il mondo sportivo, e quello calcistico in particolare, continuino a rimanere fermi al palo. Nel corso di questo decennio, al contrario di quello che si pensava, non ho assistito ad alcuna crescita culturale del sistema.
Si continua a credere che il lavoro di psicologi e mental coach possano farlo tutti, come se la psicologia, invece di una scienza nata nel 1879 in un laboratorio di Lipsia, fosse un miscuglio di buon senso, “celodurismo” e filosofia da bar.
Gli ultimi due casi riguardano Fiorentina e Torino. Il Torino è ormai entrato ina dimensione da trattamento sanitario obbligatorio; 14 punti persi da situazioni di vantaggio, decine di gol presi negli ultimi minuti, rimonte subite al limite dell’assurdo. Insomma, una squadra che, se anche in vantaggio di quattro gol a due minuti dalla fine, rischia di essere ribaltata. Idem i viola, ormai alle prese con una crisi cronica che si avvita tra mollezza, coazione a ripetere sempre gli stessi errori e dabbenaggine.
E cosa ci dicono Prandelli e Giampaolo? Si mettono a cantare la solita solfa…. “è un problema mentale”, “d’ora in poi dovremo essere soprattutto psicologi”, “questa squadra ha melma nel cervello”, “stiamo lavorando sulla fragilità mentale della squadra”.
Mio Dio, mio Dio!!! Ancora? E’ come se io, che al di là del campanello di casa non ho mai suonato nulla in vita mia, andassi a vedere un concerto dei Depeche Mode e poi, uscendo dal palazzetto, con la faccia un po’ così, dicessi: “c’è un problema con l’acustica, devo mettermi a lavorare sui bassi e parlarne a Dave Gahane”.
Per favore, basta. Ciascuno deve fare il proprio mestiere, e pensare di farlo nel miglior modo possibile. La specializzazione dei ruoli è uno dei cardini del lavorare in team. Così come un’azienda che funziona è composta da specialisti al servizio di una missione comune, anche una squadra di calcio deve poter contare su uno staff in cui ciascuno ha compiti precisi: allenatore, vice, preparatore atletico, team manager, preparatore dei portieri, nutrizionista, medico sociale, fisioterapista, massaggiatore, match analyst. Chi manca? Eccezion fatta per la Juventus (e a un granata come me duole dirlo), tutte le altre strutture sono prive di uno staff di esperti dotati degli strumenti e delle competenze idonee per lavorare su quell’oggetto ormai mitico chiamato “testa”.
Questa farsa degli allenatori (non tutti, per carità, conosco personalmente allenatori come Ezio Rossi e Moreno Longo, sostenitori delle tesi che sto sostenendo) che, oltre a sentirsi superiori a Guardiola, pensano di essere una via di mezzo tra Kant e Freud sta veramente diventando ridicola.
Perché avvenga un vero e proprio salto di qualità, è necessario che le società calcistiche (le prime responsabili di questo scempio) capiscano che è giunto il momento di dotarsi di uno staff di professionisti del lavoro mentale che, a partire dal settore giovanile, seguano tutte le squadre e tutte le categorie. Non solo i calciatori, ma anche gli allenatori, i quali molto spesso non solo necessitano di supporto psicologico, ma trarrebbero grande beneficio nell’apprendere alcuni caposaldi in tema di comunicazione, leadership e team-building.
Il mental coach chiamato all’ultimo istante per “dare una mano” nelle ultime giornate non ha alcun senso, nessuno è Harry Potter. E’ necessario partire dalle fondamenta, cioè dai ragazzi e dagli allenatori dei giovani, i veri pilastri del movimento calcistico.
Certo, anche la professione di mental coach va rivista. Auspico al più presto una regolamentazione legislativa che imponga paletti imprescindibili quali laurea, corsi di specializzazione, istituzione di un albo, esperienza sul campo, conoscenza del calcio, conoscenza di materie quali pnl e mindfulness. I tanti ciarlatani che da un giorno all’altro si trasformano da venditori di spazi pubblicitari o elettrauti in mental coach vanno combattuti in ogni modo e denunciati nelle sedi di competenza. Nell’ambiente i loro nomi sono conosciuti, è sufficiente starne alla larga.
Così come è anche giunto il momento che i calciatori capiscano che il denaro speso nell’allenamento mentale è un investimento su stessi. Molti ragazzi non hanno alcun problema a spendere centinaia di euro nella playstation o nelle scarpe firmate ma pretendono di pagare un professionista come una colf (con tutto il rispetto per l’imprescindibile lavoro delle colf). Non funziona così: chi vale va pagato, così come andrete profumatamente pagati voi quando raggiungerete il successo.
Proprio perché sarebbe bello che chiunque, a prescindere dalle capacità economiche, potesse fruire dei servizi di uno psicologo sportivo o di un mental coach, è urgente che le società si diano una svegliata. Il tempo sta scadendo; le leghe dei grandi sport professionistici americani sono lontane anni luce e anche i principali movimenti calcistici europei (Inghilterra e Germania su tutti) stanno muovendo passi interessanti. Noi siamo fermi al “tirate fuori gli attributi” e al sergente di ferro che non vuole intrusioni, pensa che Jung e Freud siano la coppia gol del Bayern e dice “alla testa ci penso io”. Basta, per favore. Basta con i tuttologi. Altrimenti, oltre a dare dritte ai Depeche Mode, mi metterò anche io a dire la mia sul covid e sul problema della deforestazione.
Marco Cassardo
Marco Cassardo
è scrittore e mental coach dei calciatori. Si è formato in Coaching e Programmazione Neurolinguistca (PNL) conseguendo i titoli di Coach Certificato ICF (International Coach Federation) e Master Practitioner in PNL. Ha scritto il saggio sportivo "Belli e dannati" (Limina, 1998, 2003) e tre romanzi: "Va a finire che nevica" (Cairo 2007), "Mi manca il rosso" (Cairo 2009),"Un uomo allegro" (Miraviglia Editore, 2014). Nel marzo 2016 è uscito il suo libro dedicato all'allenamento mentale dei calciatori: "Campioni si diventa" (Cairo).

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