Pellè e Zaza: quando la paura fa novanta

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Pellè e Zaza: quando la paura fa novanta

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Ho sentito una serie infinita di sciocchezze a proposito dei rigori falliti da Pellè e Zaza contro la Germania. In quasi tutti i casi il minimo comune denominatore di queste idiozie era rappresentato dal fatto che chi le diceva dimenticava che tirare un rigore decisivo di fronte a un’intera nazione che pende dai tuoi piedi rappresenta un’esperienza emotiva di una complessità enorme. Pellè è stato accusato di essere uno sbruffone, un pagliaccio che si è permesso di irridere il più forte portiere del mondo. Zaza idem, una specie di ballerino schizofrenico che nel momento più importante della sua carriera ha deciso di abbandonare il calcio per darsi al tip tap. Pellè e Zaza, proprio loro, due giocatori che sino a pochi attimi prima erano assurti a simbolo di un’Italia operaia che suppliva con la tenacia e l’umiltà al gap tecnico esistente con formazioni del calibro di Spagna Germania e Belgio. Pellè, due splendidi gol, quattro partite da leone, un gladiatore che ha macinato decine di chilometri per aiutare i compagni e dare peso al reparto offensivo. Zaza, il guerriero che con una giocata tutta coraggio e fantasia aveva smarcato Eder per il gol decisivo contro la Svezia.

Mi dispiace deludere tutti coloro che per sopportare il dolore di un’eliminazione necessitano di un capro espiatorio, ma sono convinto che Pellè e Zaza abbiano calciato due rigori orrendi non certo per sicumera o arroganza, ma per il motivo opposto: l’insicurezza, la paura, il sentirsi troppo piccoli di fronte a un ostacolo che, all’improvviso, nella loro mente era diventato troppo grande (Neuer, la Germania, le aspettative di tutta Italia).

Pellè ha provato a scacciare la paura facendo il bulletto di periferia. Cercava un angolo in cui calciare ma vedeva Neuer immenso; allora gli ha detto che l’avrebbe tirato centrale nella speranza che il fenomeno tedesco cascasse nella trappola e rimanesse immobile. Zaza, invece, ha fatto una rincorsa eterna che tradiva il suo terrore e il desiderio inconscio di ritardare il più possibile il momento del tiro. Nel primo caso il gesto da bulletto, nel secondo la rincorsa da ballerino, hanno sortito l’effetto più ovvio: distogliere l’attenzione del giocatore (il cosiddetto “focus”) dal gesto tecnico generando un’esecuzione penosa.

E’ un momento emblematico il calcio di rigore: solo davanti al portiere, tocca a te, ti hanno scelto o ti sei fatto avanti tu, ma adesso pensi che non puoi deludere i compagni, l’allenatore e i tifosi. Questo pensiero ti può dominare il corpo, le gambe, i piedi, le spalle, può farti venire una specie di scritta nella testa: «Oddio, chi me lo ha fatto fare?». Non solo, cominci a pensare che andrà male, e intanto la porta diventa piccola e il portiere enorme. All’improvviso battere un rigore, che quando sei in allenamento ti viene facile, con una porta che ti sembra larga o larghissima e il portiere normale o piccolo, diventa una “mission impossible. Perché? Perché all’improvviso ti è entrata nella testa un’idea pessima: l’idea che non ce la farai.

Il guaio è che se un’idea entra in testa e diventa la più grande, il cervello invia al corpo un input di gambe molli, batticuore e affanno. E arrivano altre immagini che ti piegano: per esempio tuo padre che piange a casa vedendo il tuo errore, o tu che esci dal campo disperato. Ecco, queste immagini sono un killer. A causa loro, è probabile che non ti fiderai più di cosa sai fare e questa volta deciderai all’ultimo momento di cambiare idea. Per esempio deciderai di tirare a destra invece che a sinistra, modificando all’istante un’abitudine, un gesto che hai provato mille volte e sai fare bene.

Come fare, allora? Ovunque, in Promozione come in un quarto di finale europeo, decidi come tirarlo, non cambiare idea neanche cascasse il mondo. Non è il momento degli esperimenti. Scegli una strategia che sia adatta ai tuoi punti di forza e seguila ciecamente. Decidi da che parte, in che modo, e poi pensa unicamente all’esecuzione del tiro. Concentrati sui gesti che stai per fare: la rincorsa, l’impatto del piede, la palla che gonfia la rete.

Marco Cassardo
Marco Cassardo
è scrittore e mental coach dei calciatori. Si è formato in Coaching e Programmazione Neurolinguistca (PNL) conseguendo i titoli di Coach Certificato ICF (International Coach Federation) e Master Practitioner in PNL. Ha scritto il saggio sportivo "Belli e dannati" (Limina, 1998, 2003) e tre romanzi: "Va a finire che nevica" (Cairo 2007), "Mi manca il rosso" (Cairo 2009),"Un uomo allegro" (Miraviglia Editore, 2014). Nel marzo 2016 è uscito il suo libro dedicato all'allenamento mentale dei calciatori: "Campioni si diventa" (Cairo).

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